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I LUOGHI DELLA POLITICA

La politica è un ambito in cui la presenza femminile è ancora molto scarsa; tuttavia, le donne che hanno frequentato i luoghi della politica, in qualità di capo di governo, hanno lasciato il segno tanto da essere soprannominate Ladies di ferro. Si pensi, per esempio, ad Indira Gandhi, a Golda Meir, a Margaret Thatcher o ad Angela Merkel, dotate di grande forza di volontà e di un forte senso pratico. In Italia, il cammino di emancipazione femminile è stato piuttosto lungo e difficile. Oggi la donna gode dell’eguaglianza giuridica e degli stessi diritti degli uomini, può accedere a tutte le professioni e a tutti gli uffici, anche se, purtroppo, non è sempre stato così.

Nel Medioevo, la donna non apparteneva a nessun posto specifico della struttura sociale, nella quale si individuavano cavalieri, chierici e contadini. In generale, il suo compito era quello di allevare i figli e aiutare il marito nel lavoro, non partecipando alla vita sociale e politica. Alcune donne, però, divennero regine, esercitando il potere a tutti gli effetti, in sostituzione dei loro mariti defunti o in quanto eredi al trono, come Eleonora d'Aquitania o Bianca di Castiglia. Altre erano badesse, a capo di conventi e monasteri, si trovarono al centro di una vita economica e sociale piuttosto intensa.

Molti secoli dopo, nel periodo Risorgimentale, il dibattito sui diritti delle donne, sulla loro educazione ed emancipazione dimostrò il suo provincialismo e molti "illustri pensatori" di quegli anni si limitarono a ribadire la soggezione femminile. Nel Codice di Famiglia del 1865, le donne non avevano neanche il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né tanto meno quello ad essere ammesse ai pubblici uffici. Quelle sposate non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro che, invece, spettavano al marito; per donare, alienare beni o sottoporli ad ipoteca, per contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, per effettuare una transazione o stare in giudizio, addirittura era necessaria l’"autorizzazione maritale".

Sul fronte dell’istruzione, nel 1874, le donne fecero il loro ingresso nei licei e nelle università, mentre, nel 1914, le iscritte agli istituti di istruzione media (compresi gli istituti tecnici) erano circa 100.000. Il titolo di studio però non garantiva ancora l’accesso alle professioni. Nel frattempo, alcune donne riuscirono ad entrare in ambiti fino ad allora considerati maschili: nel 1907 Ernestina Prola fu la prima donna italiana ad ottenere la patente, nel 1908 Emma Strada si laureò in ingegneria, nel 1912 Teresa Labriola si iscrisse all’Albo degli Avvocati e Argentina Altobelli e Carlotta Chierici vennero elette al Consiglio Superiore del lavoro.

Con la Prima Guerra Mondiale, i posti di lavoro degli uomini richiamati al fronte furono occupati dalle donne, nei campi, ma soprattutto nelle fabbriche. Circolari ministeriali permisero infatti l’utilizzo di manodopera femminile fino all’80% del personale nell’industria meccanica e in quella bellica (da cui le donne erano state escluse con la legge del 1902). Con la fine della guerra, le donne furono accusate di rubare il lavoro ai reduci e perdettero questa opportunità.

Solo sessant'anni fa, in occasione delle elezioni per l'Assemblea costituente (1946), per la prima volta le donne italiane esercitarono il diritto di voto e il diritto di essere elette in una assemblea rappresentativa. I decenni successivi furono densi di trasformazioni: i profondi cambiamenti culturali e di vita, che hanno attraversato la società e la famiglia nella seconda metà del secolo scorso, hanno determinato la “rivoluzione femminile”. Una rivoluzione che ha interessato tutto il mondo occidentale.

Inizia così un percorso di autonomia ed emancipazione che ha prodotto significative modifiche della legislazione, sancite dai principi della Carta Costituzionale Italiana, entrata in vigore nel 1948.

La conquista dei diritti politici delle donne è storia recente in Europa. Soltanto nel secolo scorso le donne europee hanno avuto accesso alle istituzioni politiche nazionali, ma la partecipazione politica femminile nell’UE resta ancora molto bassa, anche se vi sono alcuni Paesi (quelli scandinavi in particolare), in cui, grazie ad interventi concreti, le donne sono molto presenti nelle sedi ufficiali della politica.

I motivi che portano le donne a rimanere fuori delle istituzioni rappresentative sono diversi: se, da una parte, esistono difficoltà oggettive, dall'altra si sta affermando una sorta di autoesclusione, considerata come una conseguenza dell'esclusione subita dalle donne, che le porta ad intraprendere strade non ufficiali, dal contenuto politico elevato. L'esperienza diretta ed indiretta delle donne nelle amministrazioni locali, l'impegno civile nelle strutture religiose, educative e di volontariato possono diventare importanti punti di riferimento, per il ritorno di una politica più a misura d'uomo. Le donne candidate sono sensibilmente poche e, quelle elette, di rado occupano posizioni chiave all’interno degli organi rappresentativi; pertanto, la sottorappresentanza politica femminile è un dato di fatto. Se, da una parte, le donne non sono molto presenti nelle istituzioni, dall'altra, si assiste ad loro un progressivo disinteresse nei confronti della politica e delle sue dinamiche. L’indice di emancipazione femminile, su 154 paesi mondiali, pone l'Italia al 72° posto e la Puglia ultima tra le regioni italiane.

Nel Consiglio Provinciale di Lecce, su 36 consiglieri, ci sono solo 2 donne mentre, nella giunta composta da 12 assessori, le donne sono solo 3. Nelle interviste, condotte ad alcune ladies di ferro salentine, è emersa soprattutto la difficoltà di conciliare politica e famiglia; l’aiuto del partner e la condivisione dell’impegno politico costituiscono un grande incoraggiamento all’attività politica della donna.

La debole presenza nelle istituzioni, però, non può essere il metro con cui si misura la libertà delle donne. Dice piuttosto quanto la politica istituzionale possa essere impermeabile alla società, correndo il rischio di essere scarsamente rappresentativa. Non è un problema delle donne, è un problema della politica e della nostra democrazia, segnalandoci che molta strada è ancora da fare, nel solco di quella rivoluzione iniziata sessanta anni fa.

 


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