PIC INTERREG IIIA Greece - Italy 2000-2006 Axis 3.2 Project Code I3201060.

 

I luoghi dell’economia

Il progetto ha indagato i settori economici in cui la figura femminile ha costituito un notevole punto di forza: l’agricoltura, in particolare nella tabacchicoltura, ed il manifatturiero, soprattutto nel tessile-abbigliamento e nel calzaturiero. Le diverse evoluzioni storiche dei due ambiti hanno comportato due diversi modi di essere donna e lavoratrice tra Ottocento e Novecento.

La tabacchicoltura

In ambito agricolo, il ruolo femminile che ha segnato la storia della produzione salentina del Novecento è stato quello delle tabacchine. Fra le due guerre, fu impiegata un’ingente manodopera femminile per l’espansione delle concessioni private di tabacco che attirò la massa rurale.

Le tabacchine seguivano l’intero processo di lavorazione; dalla raccolta alla produzione si susseguivano una serie di fasi, che richiedevano una certa cura. Dopo la raccolta, seguiva la fase dell’infilzamento: le foglie venivano poste tutte nel medesimo verso (per favorirne l’ingiallimento e l’essiccamento) ed infilzate una per una con un apposito ago d’acciaio di circa 15 cm. In questo modo, si completavano le cosiddette filze (con circa 200 foglie) che venivano stese su appositi telai per le altre fasi, costituite in ordine di successione, dall’ingiallimento, con cui si riponevano i telai in ambienti oscuri, e dall’essiccamento, con cui i telai passavano dal buio alla luce, restando all’aperto per una ventina di giorni. Soprattutto durante le giornate di scirocco e per evitare danni alle foglie, le filze venivano tolte dai telai per preparare una sorta di festoni da appendere. Queste “ghirlande di tabacco” venivano successivamente disfatte e le foglie confezionate in casse a crociera o in ballotti provvisori, da consegnare ai magazzini di manipolazione delle ditte concessionarie o al Monopolio di Stato, fra tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre.

La vita delle tabacchine e delle sigaraie era estremamente dura per le condizioni di lavoro, ai limiti della dignità umana, per i salari bassi e per la discontinuità dell’occupazione. Spesso percorrevano vari chilometri per raggiungere la manifattura e, già stremate, lavoravano per otto o nove ore scrivendo (inconsapevolmente) un importante capitolo di storia del Salento.

Come tutte le donne del Sud, totalmente dipendenti dal marito, sia psicologicamente che economicamente, le tabacchine subivano maltrattamenti anche nei luoghi di lavoro: insultate, schernite, picchiate e, talvolta, addirittura violentate e costrette a tornare al lavoro il giorno dopo.

Queste difficili condizioni trovarono ampio sfogo nei movimenti di protesta, alla guida dei quali emerse Cristina Conchiglia. Non c’era battaglia che non vedeva come capofila l’onorevole Conchiglia, diventata ormai la forza trainante del movimento delle tabacchine, un vero e proprio mito per queste donne che, a fatica, incominciavano ad aprire gli occhi. La Conchiglia rappresentava non solo il leader del gruppo ma la ‘compagna’, la compagna politica ma anche la confidente alla quale le tabacchine si rivolgevano per ricevere una parola amica.

A lei si aggiunsero altre donne leader della protesta che contribuirono alla mobilitazione sociale del dopoguerra e alla creazione di una diffusa consapevolezza del proprio essere donne e cittadine. Tra queste, Consiglia Settembrini, importante sindacalista, e Ada Chiri, segretaria provinciale del sindacato delle lavoratrici di tabacco, nell’ambito di Federterra. Le rivendicazioni di classe le portarono a vivere anche la triste esperienza del carcere.

Si sollecitavano le tabacchine ad organizzarsi in movimenti di rivendicazione, costituendo una rete di gruppi nella stessa fabbrica o tra una fabbrica e le altre. Le richieste predominanti erano la giornata lavorativa di otto ore, l’aumento dei salari in rapporto all’aumento del costo della vita, l’abolizione delle trattenute sul salario, il riconoscimento della festa del lavoro, le garanzie previste della legge in tutela delle donne (per esempio l’assistenza, l’assicurazione, l’invalidità), al pari delle operaie della Manifattura di Stato. Nacquero diverse manifestazioni di protesta che, purtroppo, non portarono a migliorare la loro condizione tra gli anni Venti e Cinquanta.

Un centro di produzione nevralgico dell’attività tabacchicola nel Salento fu Tricase, scenario di una tragica rivolta nel maggio del 1935, causata dall’ordine di trasferire nel capoluogo la produzione. Passata alla storia come ‘la rivolta di Tricase’, la manifestazione di lavoratori venne repressa nel sangue con cinque morti, di cui tre tabacchine (Cosima Panico, Donata Scolozzi, Maria Assunta Nesca). Il sanguinoso episodio determinò l’immediato provvedimento di mantenere la produzione a Tricase, assicurando il lavoro a gran parte della gente del circondario. Nel 1938 lo stabilimento prese il nome di Acait (Azienda Cooperativa Agricola Industriale del Capo di Leuca).

Il secondo dopoguerra fu caratterizzato dal primo grande ed autentico movimento di rinnovamento della società e dell’economia. Accanto ai contadini, lottarono le donne: braccianti, casalinghe, lavoratrici avventizie, mogli, madri, sorelle e figlie, impiegate nei campi di tabacco dell’intera provincia leccese. Tale movimento potrebbe essere definito ‘atipico’ e per certi versi all’avanguardia, perché di sole donne, di operaie che rivendicarono il proprio diritto a migliori condizioni di vita.

Nel 1948, con il Primo Congresso Nazionale delle tabacchine, si giunse ad un primo perfezionamento del contratto nazionale, con il raggiungimento di buoni risultati, fra cui l’adeguamento del salario delle operaie delle concessioni private a quello delle dipendenti statali, il miglioramento delle prestazioni previdenziali e il sussidio di disoccupazione.

Grazie all’elezione di Ada Chiri nel Consiglio Nazionale del Sindacato Tabacchine, nei primi mesi degli anni ’50 ci fu una ripresa della lotta delle tabacchine per le trattative del rinnovo del contratto nazionale. Ebbe inizio uno sciopero cosiddetto ‘a singhiozzo’ perché tenuto in giorni diversi e in comuni diversi. Una serie di incidenti provocarono numerosi arresti, fra i quali quelli di Ada Chiri e Anna Rocci (dirigenti del Sindacato Provinciale Tabacchine). Alla fine, però, si ottennero benefici sui salari, indennità di ferie, aumento delle misure degli assegni famigliari ed il riconoscimento di alcuni giorni festivi.

Con le mobilitazioni del 1944, del 1949 e del 1952-’53, per la prima volta il Mezzogiorno mostrò la grande capacità di rivendicare autonomamente le ragioni del settore agricolo. Nel 1948, a Lecce nacque il Sindacato Nazionale Lavoratori Donne Tabacco, poi Sindacato Nazionale Tabacchine. Nel 1954 si ebbe un nuovo sciopero, o meglio, una vera mobilitazione nazionale. Le operaie tabacchine ottennero dai concessionari il riconoscimento delle commissioni interne ed aumenti sulla paga. Anche se non sempre con continuità, le agitazioni continuarono sino agli anni Sessanta. Un episodio significativo fu lo sciopero delle donne dell’opificio di Tiggiano. Il paese fu bloccato per ben 28 giorni dallo sciopero generale, avvenuto nei mesi di gennaio e febbraio del 1961, per cui la popolazione si mobilitò in difesa di circa 250 operaie dell’opificio. Queste avevano visto man mano ridurre i propri diritti e, di conseguenza, le possibilità di sopravvivenza. Era stato abolito il diritto al lavoro: furono 15 tabacchine, di cui solo 4 di Tiggiano, le rimanenti 11 provenivano da altri paesi. Alla notizia, diffusasi nel paese, di operaie crumire forestiere, le tabacchine iniziarono la protesta, proclamando lo sciopero generale nel paese. Per le stesse ragioni, ed in un clima totalmente solidale, iniziò la protesta di Lucugnano. Il 24 febbraio 1961, si raggiunse l’accordo, che prevedeva il turno unico, secondo le aspirazioni della comunità.

Nonostante la durezza della vita delle tabacchine, nel contesto femminile dell’epoca, queste “eroine del tabacco” erano considerate una classe sociale ‘privilegiata’ perché portava a casa un reddito maggiore per la famiglia.

Tessile, abbigliamento e calzaturiero

Nel tessile-abbigliamento, la donna è stata ed è la depositaria della memoria storica della tradizione e della creatività salentine. La tessitura salentina ha origini antichissime, difficilmente collocabili in termini temporali, ed era un’attività molto diffusa. Nell’ambiente domestico, il telaio non poteva mancare: i tessuti si realizzavano in casa per soddisfare le esigenze del nucleo familiare e per fare il corredo. Non solo. Fonti storiche e letterarie hanno attestato che la donna salentina, unica ed indiscussa protagonista del settore, aveva inciso sull’economia della Terra d’Otranto dal XVIII all’inizio del XX secolo, realizzando la cosiddetta “industria tessile casalinga” o “manifattura a domicilio”. Il lavoro al telaio, preceduto da un complesso e lungo processo di lavorazione del cotone, è una sequenza ritmica di intrecci e di passaggi che le tessitrici hanno eseguito come un’antica danza, una sorta di rituale ancestrale che rinnovava ogni volta l’appartenenza ad una particolare terra e ad una particolare manifestazione dell’essere donna nel Salento.

Strettamente legata alla tessitura è l’arte del ricamo, necessario per impreziosire certi capi e conferire una certa raffinatezza. Dall’ambito ecclesiastico proveniva la maggiore richiesta di pizzi, con cui si guarnivano camici, cotte, rocchette e tovaglie di altari ma si producevano anche merletti per tovaglie, copriletto ed asciugamani per uso domestico. Nella realtà contadina, il ricamo era un ornamento di lusso che, in quanto tale, veniva prodotto in casa e per la casa, divenendo un bisogno domestico ed un elemento immancabile nei riti familiari. Quando il ricamo impreziosiva i corredi nuziali conferiva dignità e considerazione alla futura sposa che, ovviamente, ne andava orgogliosa; se poi la sposa aveva ricamato da sé la dote, tale circostanza le consentiva di essere particolarmente apprezzata non solo dal marito e dalla suocera, ma anche dai parenti e dal vicinato.

Saper tenere in mano l’ago era un fatto normalissimo fra le donne di qualche generazione fa; sottratte all’istruzione scolastica, considerata inutile per la popolazione femminile, le donne andavano presso le suore, che gestivano gli asili, o alla mescia, la maestra di vita pratica, che impartiva le regole basilari dell’arte del cucito e del ricamo.

Fra Ottocento e Novecento, i primi laboratori tessili, di sartoria, di ricamo e del merletto, erano nati presso ospizi, istituti di beneficenza o istituzioni religiose. Altri erano nati dall’intraprendenza di alcune donne dell’alta società, che avevano imparato dalle loro mamme le antiche tecniche di lavorazione dei tessuti. Altri ancora di sartoria, erano stati avviati da donne dinamiche che, dopo aver trascorso periodi di studio nelle capitali della moda, si trasferirono nel capoluogo salentino, molto attento al gusto corrente di una clientela raffinata e sempre al passo con i tempi della moda. Lecce e il suo hinterland rappresentavano una realtà molto dinamica dal punto di vista della sartoria, della modisteria, delle scuole di taglio e cucito.

La prima guerra mondiale determinò il ritorno ad operare fra le mura domestiche, ad accantonare le velleitarie esigenze della moda e del commercio di tessuti, ricami e cappelli, per asservire ai bisogni dei soldati al fronte. L’operosità della tessitrice salentina fu indirizzata verso l’utilità sociale: realizzava bisacce, indumenti, calze e quant’altro potesse servire ai soldati. Nei conventi e negli istituti, la tessitura ed il ricamo divennero mezzi di formazione al lavoro, di recupero e di sostentamento per le donne meno fortunate, come le orfane di guerra, stimolate a coltivare queste attività dalla beneficenza di nobildonne locali.

Un esempio significativo di imprenditoria femminile dei primi Novecento è costituito dalle donne della famiglia Starace, esponenti della nobiltà di Maglie, colte e raffinate. Organizzarono un sistema imprenditoriale che mantenne e diffuse le tecniche originali della tessitura e del ricamo salentini, proiettandoli sui mercati internazionali ai quali si rivolgevano sia per l’approvvigionamento delle materie prime che per la vendita. Fondarono una scuola di ricamo a Maglie e iniziò a crescere il numero di allieve, grazie ad una forte richiesta del prodotto proveniente dall’America e dalla Russia. Sorsero così varie ditte industriali che distribuivano il lavoro, consegnando alle operaie i filati di lino e ritirando il manufatto successivamente. Centinaia di ragazze, dai 15 ai 20 anni, lavoravano presso il proprio domicilio. Nel 1907 la scuola si era già affermata contando ben 500 allieve e rimase attiva fino al 1920 circa quando, a causa dell’introduzione della coltivazione del tabacco, molte donne abbandonarono il ricamo intravedendo nella nuova attività una maggiore fonte di guadagno. Nel primo dopoguerra, le Starace avviarono a Casamassella un’altra attività, quella della tessitura, che ben presto elevò economicamente le donne del luogo.

Alla tradizionale produzione del corredo di famiglia si affiancò una ricca produzione di tappeti, coperte e arazzi di lana pregiata dai colori naturali e dai disegni esclusivi apprezzata anche a livello internazionale. L’attività andò avanti fino al 1967, quando il laboratorio chiuse in seguito ad una crisi del settore e alla carenza di commesse. Tuttavia, i semi sparsi dalle donne della famiglia Starace hanno dato i loro frutti anche a distanza di anni: nel 2002, infatti, è nato il laboratorio di tessitura a mano “Aracne”, istituito a Casamassella presso la fondazione “Le Costantine” (dal nome della tenuta omonima), fondata da Donna Giulia Starace nel 1982, appena due anni prima dalla morte. Il laboratorio è oggi uno dei pochi punti di riferimento della tessitura effettuata su telai in legno artigianali. Oggetto simbolo del laboratorio è la bisaccia che, un tempo, veniva caricata dai nostri contadini sulle spalle o sul dorso del mulo per portare provviste e attrezzi di campagna. Era il primo oggetto che le donne tessevano per donarlo al promesso sposo e sanciva, nella civiltà contadina, la divisione dei ruoli tra donne e uomini.

L’eredità delle donne della famiglia Starace ha trovato una sua continuità sul territorio anche a Surano, dove le sorelle Solazzo hanno costituito un vero e proprio laboratorio-centro studi, dove alla tradizionale manifattura di tessuti, si affianca una continua ed impegnata ricerca di tessili antichi. L’organizzazione del lavoro, che ripropone strumenti tradizionali e procedimenti tecnici ottocenteschi, unici garanti di una tradizione autentica, la presenza di mano d’opera esclusivamente femminile, testimoniano una realtà artigianale fortemente legata a valori economici e sociali tradizionali e al rapporto profondo che unisce ancora oggi, in queste realtà territoriali, il piccolo paese alla campagna. D’altra parte, l’atteggiamento aperto di queste tessitrici non ha impedito un inserimento delle loro attività artigianale nell’attuale realtà territoriale. Significativa è anche la figura di Alida Castellan, salentina di adozione, che ha determinato il passaggio dalla bottega all’istruzione artistica. Insegnante di tessitura presso l’Istituto d’arte di Parabita, con una piccola attività a Collepasso, ha coniugato tradizione e moderno design. I tessuti (tappeti, arazzi, ecc.) esposti nel suo laboratorio, sono i risultato del rapporto dialettico che la Castellan è riuscita a costruire con alcuni artisti contemporanei.

All’artigianato tessile tradizionale fa riscontro, negli anni ’60 del Novecento, il fenomeno dell’industrializzazione, in cui la donna assume il ruolo di operaia ed imprenditrice dei comparti tessile e calzaturiero. L’industria del tessile-abbigliamento è assai recente nel Salento: si colloca, infatti, intorno agli anni ’60-’70, quando si manifestarono processi spontanei di nascita e crescita di nuovi nuclei di imprenditorialità, che rappresentarono una valida alternativa alla modesta presenza industriale legata, fino a quel momento, ai settori della trasformazione dei prodotti agricoli e della tabacchicoltura. La sua nascita è dovuta a diversi fattori: in primo luogo, la notevole disponibilità di manodopera femminile che, svincolata dall’occupazione nel settore agricolo, poteva mettere a frutto la propria competenza nel confezionamento di abiti su misura, dono di una lunga esperienza nella tradizione artigianale; il secondo fattore è il processo di decentramento, dal Nord al Sud, di alcuni segmenti della produzione di alcune imprese di abbigliamento. L’industria tessile–abbigliamento, caratterizzata da diverse attività di produzione (camicerie, pantalonifici, cravattifici, calzifici, maglifici, corsetterie, ricamifici), è presente un po’ ovunque nel Salento ma si è concentrata maggiormente nella parte meridionale della penisola.

Non mancano, però, laboratori di sartoria, con un carattere artigianale molto forte. Un esempio è quello ereditato dalla giovane Karol Cordella, figlia dello stilista Pino. Legata ad un’antica tradizione di famiglia ed oggi orientata verso l’alta moda, la sartoria è nata nel 1783 ed ha sempre saputo tenere il passo con i tempi, grazie ad un costante aggiornamento su nuovi tessuti e nuove tendenze della moda.

Nel calzaturiero, il ruolo della donna si è espresso nel lavoro in fabbrica e in quello a domicilio. La disponibilità della manodopera femminile, la relativa semplicità delle operazioni connesse alla cucitura delle tomaie - affidate all’esterno della fabbrica -, la positiva predisposizione del tessuto sociale nonché la formazione di un complesso sistema di agevolazioni finanziarie a favore dell’industrializzazione nel Mezzogiorno, consentirono alle imprese di strutturarsi perseguendo un duplice obiettivo: quello della competitività garantita dai bassi costi e quello della flessibilità assicurata dal ricorso al lavoro a domicilio.

Negli ultimi anni si osserva una maggiore propensione delle donne salentine ad avviare attività autonome nell’artigianato, nel commercio, nell’agricoltura, nell’industria e nelle libere professioni o ad assumere la guida di imprese di aziende operanti in diversi settori e di cui le donne diventano amministratrici o dirigenti. L’aumento delle imprese al femminile nel Salento è una conferma di un nuovo corso. Per le donne l’impresa non è quasi mai solo lavoro, ma è un ambito d’investimento emotivo, di costruzione identitaria ed è sempre più un valore irrinunciabile. Il desiderio di autonomia, di concretizzare una passione, di dare sfogo alla propria creatività fa parte dell’essere donna, più predisposta ad affrontare scelte difficili. Il “modo di produzione femminile” fondato su una capacità di comunicazione orientata ai bisogni e su un bagaglio di abilità posseduto “naturalmente” (adattabilità, precisione, affidabilità, senso di responsabilità, praticità e capacità organizzative). Questo “modo di produzione femminile”, influenza la donna nella scelta dell’attività della propria impresa che rimane, nella maggior parte dei casi, legata ai settori considerati tradizionali per le donne.

 


Community Initiative INTERREG III 2000-2006

   

PIC INTERREG IIIA Greece - Italy 2000-2006 Axis 3.2 Project Code I3201060

Co-financed by the European Regional Development Fund