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I luoghi dell’antropologia

L’ambito antropologico, espresso dal tarantismo, racchiude un’altra forte caratterizzazione della donna salentina. Si trattava di una manifestazione tipicamente femminile, legata al mondo contadino, che implicava un profondo malessere di tipo psicologico, causato dalla condizione di subalternità e di povertà che la donna subiva in silenzio. Oggi, quelle condizioni di vita non esistono più e il tarantismo rivive una nuova fase, definita neotarantismo, puramente estetica e molto diversa dalla caratterizzazione originaria: il fenomeno si è trasformato in una sorta di momento collettivo musicale, al ritmo della pizzica nostrana.

Secondo la tradizione popolare, il tarantismo è una malattia causata dal morso di una “taranta”, ma più in generale da ragni, insetti e animali striscianti velenosi. La puntura provocava crisi mentali e fisiche, guaribili attraverso una speciale terapia, costituita da un rito coreutico-musicale, cromatico, devozionale, purificatorio. La terapia prevedeva due fasi: la prima era quella domiciliare e l’altra si svolgeva a Galatina, presso la Cappella di San Paolo, il santo che guariva da questo male psicofisico.

Il rituale terapeutico domiciliare si svolgeva in una stanza, al centro della quale veniva steso per terra un grande lenzuolo bianco, apparecchiato con piccoli ventagli, provvisti dell’immagine di San Paolo; non mancavano, poi, i nastri colorati, chiamati ‘nzacareddhe; sul lenzuolo giaceva, immobile, la tarantata. Accanto a lei, i musicisti che avviavano il momento di esplorazione musicale per individuare la causa del suo malessere: se si fosse trattato di isteria, la musica non avrebbe sortito effetto alcuno, ma se la donna fosse stata morsicata dalla taranta, la musica giusta avrebbe interrotto il suo stato di torpore. Interessante era il repertorio utilizzato per stimolarla, ma solo tre melodie potevano essere considerate rimedi primari di cura: la “pizzica indiavolata” o “in re maggiore”, la “sorda” e la “minore”. Ognuna di queste costituiva un vero e proprio trattamento del veleno, cui faceva riscontro la risposta coreutica della donna. Anche altre pizziche e tarantelle, estranee alla cura del fenomeno, potevano avere effetti positivi. Una volta individuata la musica giusta, la donna iniziava a ballare in modo istintivo, seguendo un ritmo motorio in crescendo, e imitando anche l’animale che l’aveva punta, proseguendo per cicli coreutici, controllati dalla fase iatromusicale. Un forte ruolo simbolico era svolto anche dal cromatismo: l’effetto dei nastri colorati poteva portare scompiglio o senso di calma nella mente della tarantata, in base all’inclinazione dell’animale con il colore stesso. La terapia poteva durare anche alcuni giorni e terminava con la pacificazione, quando la donna otteneva la grazia da San Paolo. Dopo il rituale domiciliare, la seconda fase prevedeva il ringraziamento al santo: alla Cappella di Galatina, all’alba del 29 giugno, la tarantata riproponeva, brevemente, davanti all’altare, il rito terapeutico e, successivamente, si abbeverava alle acque purificatrici del pozzo di San Paolo (in realtà una cisterna), oggi chiuso; finalmente guarita, la donna donava un obolo al Santo.

In molti casi, questo rito ritornava con cadenza annuale, tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, in significativa continuità con la ciclicità della natura.

Oltre a Galatina, altri luoghi salentini rinvierebbero al tarantismo, senza raggiungere mai l’importanza assunta della Cappella di San Paolo. A Giurdignano, il Menhir San Paolo, e a Patù, la Chiesa rurale della Madonna di Vereto, con l’affresco di San Paolo e gli scorpioni, potrebbero aver svolto una funzione analoga alla Cappella di Galatina. Le vie di comunicazione, scarse e poco agevoli, non consentivano spostamenti in tempi brevi; è probabile, pertanto, che le comunità dei due centri abbiano voluto creare, in alcune aree del Salento, altri punti di riferimento per le tarantate dell’area otrantina e del Capo di Leuca. In entrambi i casi è raffigurato il Santo con una ragnatela che, a Giurdignano, è associato ad una tarantola mentre a Patù agli scorpioni. Il ruolo sacrale si ripete, ma cambia il contesto dei luoghi: il menhir e la chiesa sono ubicati in ambito rurale, diversamente da Galatina, la cui cappella è in pieno centro urbano.

Un altro luogo simbolico del tarantismo è Nardò, paese dell’ultimo musico delle tarantate, oggi scomparso, Luigi Stìfani, uno dei più esperti nell’individuare la musica adatta a smuovere la tarantata dal suo stato di torpore durante la fase domiciliare. Probabilmente, nella storia delle tarantate salentine, è l’uomo che ha vissuto in modo più coinvolgente questo fenomeno, rapportandosi al misterioso universo femminile attraverso la sonorità.

Attualmente, il tarantismo è praticamente scomparso. Il cambiamento della condizione sociale femminile ha sancito la fine del fenomeno dal punto di vista antropologico, in cui si riflettevano la sofferenza e il disagio del mondo contadino, espressi in forme così eclatanti. Si parla, infatti, di neotarantismo, più legato al concetto estetico di carattere esclusivamente musicale. La terapia per la donna di ieri è stata reinterpretata nella “terapia collettiva musicale” di oggi, in cui il concerto finale della “Notte della Taranta” di Melpignano rappresenta uno spazio culturale aperto. Il tarantismo si è proiettato, con connotazioni molto diverse e molto lontane da quelle originarie, esclusivamente nella musica, nella contaminazione delle diverse sonorità del Mediterraneo, in una esperienza sempre nuova e diversa. Da dieci anni, è l’evento dell’estate salentina, che richiama decine di migliaia di turisti.

Il tarantismo, in senso antropologico, è strettamente legato alla cultura greca pagana. Gli scrittori greci furono i primi ad affrontare il tema degli animali e degli effetti dei morsi e delle punture sull’uomo; il ragno, animale simbolico per molte civiltà, solo in Grecia assume una valenza quasi negativa, a causa della crisi generata dalla puntura degli aracnidi ed il presunto pericolo di contagio. Tra il rituale del fenomeno, in ambito salentino, e i riti narrati dalla mitologia greca si riscontrano diverse affinità. Quella più evidente è costituita dal periodo: i riti agli dei avvenivano principalmente nel periodo primaverile o in prossimità di festività legate all’alternarsi delle stagioni, momento cruciale della manifestazione di impulsi sessuali ed emozionali, principalmente da parte delle donne. Non a caso, è proprio questo il periodo della tarantata salentina, soggetta alle crisi degli “stati alterati di coscienza”, che raggiungeva il culmine con la festività di San Paolo a Galatina, il 29 giugno. Il legame tra il culto di Dioniso e la Magna Grecia, ed in particolare con Taranto, sembrerebbe suggellato anche dalla stessa etimologia del termine di “tarantismo”, da cui “taranta” e “tarantola”, che, sebbene poco chiara, potrebbe derivare dalla stessa “Taranto”; anche il termine più strettamente musicale di “tarantella” potrebbe rimandare alla stessa radice.

In modo più specifico, i miti greci riconducono direttamente al fenomeno salentino e ad un momento particolare della fase del rituale femminile: nel Prometeo incatenato di Eschilo, viene evidenziato il tema della fuga, dell’amore precluso, della corsa perenne accompagnata dalla musica e del ristoro finale alle acque risanatrici. Nel mito di Orfeo è presente il tema della morte per il morso di un serpente. Nel mito di Aracne, si propone la trasformazione della fanciulla in ragno e la sua punizione eterna a tessere la tela appesa ad un filo.

Nell’Eutidemo, Platone parla anche della terapia musicale dei Coribanti attraverso la ricerca di una connessione tra il dio (da cui era posseduta la vittima) ed una precisa melodia corrispondente; anche qui si avviava l’esplorazione dei vari “modi musicali” per liberare il posseduto dalla mania telestica, il cui significato rinviava ad stato alterato di coscienza. Questi aspetti sono affini alla simbologia del tarantismo ed alle sue pratiche rituali in ambito salentino e, seppur assimilati nella cultura cristiana, sono comunque sopravvissuti per secoli.

Anche in questo ambito, la figura femminile ha espresso il suo ruolo centrale. Il tarantismo si è innestato e sviluppato sulle sue difficili condizioni di vita che, oggi, fortunatamente, sono cambiate. Il fenomeno in senso antropologico non ha più senso; al contrario del passato, oggi il neotarantismo esprime gioia di vita, vivacità e spirito comune. Ma è sempre la donna ad essere il perno del fenomeno moderno: la sua sofferenza di ieri ha determinato il forte impulso per lo sviluppo e la valorizzazione del territorio salentino di oggi, sia pur con caratteristiche diverse. Il fenomeno antropologico si è proiettato nel fenomeno musicale dell’evento della Notte della Taranta.

 


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